domenica 3 giugno 2012

PRIMO TEMPO (racconto edito nel 2011, prime dieci pagine) - ISBN 9788891002037


Quando doveva uscire dal suo appartamento, condiviso con il padre e con la madre, B. guardava sempre dallo spioncino della porta, assicurandosi che sul pianerottolo non ci fosse anima viva. Abitava al quarto piano di un palazzo di otto piani costruito verso la fine degli anni Cinquanta, in un quartiere abbastanza periferico di una grande città. L'ascensore era molto lento, sempre occupato e le scale scivolose: la custode era una grande lavoratrice e ogni mattino, tranne la domenica, lavava con cura maniacale, canticchiando, ogni singolo gradino. Alle dieci in punto la donna giungeva al quarto piano e questo il venticinquenne lo sapeva bene.
Come conosceva a memoria gli orari dell'apertura dell'unica porta dell'appartamento di fronte al suo, in cui abitava una famiglia di origine lucana, composta da un signore sulla sessantina, in pensione, sposato con una donna molto più giovane, dalla quale aveva avuto due terribili gemelle che urlavano anche di notte. Ma il problema erano i due coniugi: ogni volta che B. li incontrava, cominciavano a parlare di cucina, dei piatti che avrebbero preparato a pranzo, a cena, e magari nei giorni a seguire. E si sentivano gli odori.  Spesso il marito, un uomo con gli occhi chiari, la pelle scura e quasi completamente senza denti, lo intratteneva per decine di minuti parlando di pranzi storici che aveva organizzato in quella casa o in giro per l'Italia (l'uomo aveva vissuto un po' in tutte le città dal Sud al Nord, vendendo frutta e verdura al mercato). Lo invitava dentro casa, ma B. rifiutava sempre, e allora il tutto si concludeva con la solita domanda, che poi dal punto di vista del giovane, pareva più una provocazione:
“E allora questi studi come vanno? Tutto bene?”
“Certo... si... tutto bene!”
B. era iscritto a Medicina, un vanto per i suoi genitori, entrambi ragionieri, e forse per l'intero palazzo: ma in verità le cose non andavano affatto. Gli mancavano sei esami, i più difficili, la media dei voti era quasi imbarazzante, e soprattutto, da qualche tempo, aveva perso del tutto la voglia di studiare. Dopo il Liceo Scientifico, che aveva concluso nel 1964, avrebbe voluto intraprendere studi umanistici, perché sognava da sempre di diventare un critico cinematografico o qualcosa di simile. Da almeno sei anni trascorreva un paio di pomeriggi alla settimana nei cinema del centro della città, tutto questo all'insaputa dei suoi genitori. All'inizio ci andava con suo amico, un ex compagno di scuola, che aveva la passione per il disegno; poi rimase solo, da quando l'amico aveva messo incinta una ragazza che avrebbe sposato.
La sera capitava che tornasse a piedi, dopo aver visto un film con Marlon Brando o l'ultimo capolavoro di Bergman. Al padre e alla madre spesso raccontava che era uscito con Marianna, una ragazza con la quale era stato fidanzato senza provare nessuna emozione, per quasi tutti i cinque anni di scuola superiore. I due si sentivano ancora per telefono, ma non era vero che si frequentavano. B. aveva sempre raccontato che la storia con la ragazza andava avanti, seppur con alti e bassi. In realtà la sua era una scusa, una copertura che durava da molto tempo, per poter andare al cinematografo senza che i suoi lo sapessero.
Era un amore segreto, il cinematografo. Nella sua camera da letto, nascondeva tutto, le riviste, i ritagli di articoli, le immagini dei divi, qualche libro di regia e i suoi quaderni in cui scriveva sui film che aveva visto. Amava soprattutto partire da un personaggio e in poche pagine raccontarne l'esistenza al di fuori della pellicola: il prima e il dopo di un protagonista, la vita di un personaggio marginale. Forse era più un fantasticatore che un interprete, uno spettatore particolare, che da un film partiva per crearne uno tutto suo. Probabilmente non sarebbe stato un bravo critico cinematografico. Amava anche leggere le biografie degli attori e delle attrici, dei produttori e dei registi. La sua stanza era composta da una piccola libreria di spessi libri di anatomia e fisiologia, un piccolo tavolo messo contro la parete pulita, senza poster e quadri o altro, un armadio e un letto. Sotto il letto nascondeva, dentro uno scatolone rosso porpora, i suoi sogni, quei libri, quei ritagli, i quaderni.

Una tiepida mattina di fine ottobre dell'anno 1969, la sua vita cambiò per sempre. Qualche giorno prima la segreteria della sua Università lo aveva convocato per un banale chiarimento burocratico. Solitamente B. si alzava intorno alle otto, svegliato più dai rumori del piccolo ascensore che saliva e scendeva in continuazione, la sua stanza era proprio lì, a pochi metri anche dalle scale, che dalla lurida coscienza di cattivo studente mantenuto. Bevve la solita grande tazza di caffè con latte. Andò in bagno, poi si vestì per uscire. Erano le nove, non era abituato ad uscire a quell'ora, anzi, il mattino stava sempre chiuso in casa, seduto alla scrivania a fissare un libro di migliaia di pagine che proprio non gli interessava.
Il rischio di incontrare qualcuno sul pianerottolo, in ascensore o per le scale, oltre alla custode, era molto alto: “Dottore come va?”, “Ci siamo?”, “A quando il grande giorno?”, “Hai poi finito?”, “Senti ho fatto delle analisi, se passi un attimo da casa mia, puoi darmi una tua interpretazione, perché io non ci capisco niente?”. Gli inquilini non erano molti, conosceva soprattutto quelli dal quarto piano in giù, i più pericolosi; gli altri dei piani superiori erano quasi degli sconosciuti. La padrona di casa, una signora condannata a vivere su una sedia a rotelle, stava al sesto o al settimo piano: praticamente il palazzo era suo, ma ne aveva altri, e centinaia di appartamenti che affittava e vendeva (così gli raccontò una volta la nonna di B.).
Guardò come sempre dallo spioncino e trovò strada libera. La porta di fronte era chiusa, l'ascensore non era occupato. Uscì, chiuse la porta adagio, e girò la chiave con la mano destra, mentre con l'altra teneva premuto il bottone per far salire l'ascensore. Dalla parte delle scale proveniva una forte luce. Era una bella giornata, c'era anche un po' di vento; i vetri delle enormi finestre del mezzopiano vibravano. Sotto, forse al secondo piano, la custode lavava uno dei ventiquattro gradini (per piano), mentre canticchiava una canzone napoletana. L'ascensore stava arrivando. B. teneva pronta la chiave per aprire subito la porta, quando sentì un colpo di tosse di un uomo. Non proveniva dalla casa a fianco, la porta frontale al suo appartamento era molto vicina, quasi attaccata, forse poco più di due metri: questo rumore indicava una presenza ben più remota, forse qualcuno attendeva l'ascensore, sotto, al piano terra. B. entrò in ascensore e schiacciò il tasto PT. Si specchiò un attimo e pensò ai suoi capelli color castano chiaro che lentamente lo stavano abbandonando, proprio lui che da ragazzino, a scuola, veniva soprannominato 'Ciuffo', per via di quella pettinatura che voleva imitare alla lontana quella di James Dean.
L'ascensore ci mise come sempre troppo tempo. Dalla chiusura della porta alla fine della discesa ci vollero almeno quaranta secondi e per quattro piani erano troppi, una eternità, eppure questo dava a B. la possibilità di preparare la sua solita risposta: “Vado di fretta, un'altra volta, buongiorno, grazie!” Ma al pianoterra non trovò nessuno e nemmeno al portone dell'ingresso. Tanto meglio, pensò. Poteva essere il vecchio del primo piano, un ex impiegato statale, un altro che non si fermava mai al semplice “buongiorno-buonasera” e andava avanti a parlare di sé e a chiedere, domandare, rompere le scatole al povero B.
Un'ora più tardi ebbe una cattiva notizia: un impiegato della segreteria dell'Università gli disse, a malincuore, che c'era stato un errore, suo o della segreteria, non si capiva bene. Il signore dall'altra parte dello sportello aveva pure il raffreddore e una certa fretta: il sunto della questione era che B. avrebbe dovuto sostenere un esame in più, aggiunto ai sei che gli mancavano.
Tornò dal centro della città verso casa a piedi, come spesso faceva: finirò a trent'anni o forse non finirò mai più, pensò. Il vento aveva aumentato la sua forza, ma non era un vento gelido. Giunto di fronte al portone del suo palazzo, mentre inseriva la sua chiave, udì una voce femminile gridare “Ehi!”, però il ragazzo non si voltò e aprì la porta. Quando si girò per chiuderla, trovò resistenza. Era una ragazza con i capelli neri lisci a caschetto, gli occhi scuri e la pelle olivastra. Portava un cappotto blu scuro, una sciarpa rossa, lo zaino pieno di libri. I pantaloni a zampa di elefante le nascondevano le scarpe. 
“Che fai mi chiudi fuori?” gli fece lei sorridendo.
Abitava al settimo o all'ottavo piano, ma non ricordava il suo nome, ne conosceva la sua famiglia.
“Scusa ero soprappensiero.”
“Succede!”
“Torni da scuola?”
“Si..ma non c'era lezione, si faceva altro, sai in questo periodo..”
B. annuì.
“Fai il liceo?”
“Classico, sono all'ultimo anno.”
Arrivarono davanti all'ascensore, occupato.
B. si massaggiò le tempie. Aveva gli occhi un po' arrossati.
“Ehi ma che hai? Ti vedo giù!”
“Mi deve essere andato qualcosa negli occhi, con questo ventaccio!”
“E anche questo nei capelli” e gli tolse una foglia.
“Grazie!” disse lui.
“Era un regalo di Eolo” disse lei, sorridendo.
La foglia, minuscola, rotonda, era una foglia verde scuro. B. se la mise in tasca. Poi si accorse che la ragazza aveva una farfalla azzurra tra i capelli, o meglio un fermaglio a forma di farfalla, quasi all'altezza dell'orecchio destro. 
“Ma questo ascensore è sempre occupato?” disse il fuoricorso.
La ragazza perse d'improvviso il sorriso.
“Che hai?” chiese lei.
“Niente. E che...” abbassò la voce, e avvicinò la bocca all'orecchio del ragazzo, “...e che, ai piani superiori avvengono cose strane...”.
“Cosa vuoi dire?” disse lui.
“Sia di notte che di giorno, nei tre appartamenti dal sesto all'ottavo piano, si sentono sempre degli strani rumori. E da quella porta escono ed entrano persone un po' particolari...”
“Lei chi sarebbe, la padrona di casa, la Signora T.?”
“Si. Io qualche volta li vedo dallo spioncino, è gente sempre diversa e di ogni età. Qualcuno anche straniero, inglese e francese di sicuro” 
L'ascensore si era finalmente liberato; nello stesso istante i due schiacciarono in tutta fretta con l'indice della mano, il tasto dell'ascensore. All'improvviso si udì il rumore di una chiave girata nel portone dell'ingresso.
Un omino dai lineamenti orientali, con i baffetti, il cappello tipo panama, la camicia hawaiana rossa con sopra una giacca scura, si avvicinò. Intanto l'ascensore era arrivato.
“Buongiorno! Prego!” disse la ragazza.
L'uomo, di età indefinibile, fece un gesto come a dire 'salite prima voi'.
“No..no..prego, salga lei! Noi facciamo ancora due chiacchiere.”
Era praticamente un nano. Teneva una grossa borsa a tracolla. Non disse nulla, entrò dentro e salì, senza salutare.
“Quello è il 'giapponese', praticamente è uno di quelli fissi, che vivono con la Signora. Deve essere un figlio adottivo!”
“Certo che ne sai di cose! Comunque è la prima volta che lo vedo.”
Chiamarono l'ascensore e questa volta salirono.
B. schiacciò il tasto P4.
La farfalla che la ragazza teneva tra i capelli sembrava vera. Ci furono dieci secondi di silenzio. Poi lei gli chiese, guardandolo negli occhi:
“Senti ti va qualche volta di fare due passi al parco qui vicino? Sarebbe bello!”
“Certo, quando?” rispose il ragazzo.
“Facciamo sabato pomeriggio. Basta che suoni, a qualsiasi ora dopo le tre e mi trovi!”
“Va bene, passo sabato dopo le tre. Grazie!”
“Allora ci conto, ciao!”
B. entrò a casa sua, si buttò nel letto e pensò a quella simpatica ragazza, spontanea, piena di vita e anche molto carina, che nemmeno sapeva come si chiamava. Inoltre avrebbe dovuto suonare al settimo o all'ottavo piano?
Poi pensò alle sue cose. I sette esami, il futuro che non c'era. Doveva prendere una decisione entro la serata, quando i genitori sarebbero tornati. Amava troppo il cinema, avrebbe voluto chiudersi in una sala cinematografica e non pensare più alla sua vita. Ma anche se avesse mollato Medicina, cosa avrebbe fatto?
Prese due soldi e uscì con l'intenzione di andare verso il centro storico per fare una lunga passeggiata e magari avrebbe trovato una sala, il film giusto.
L'ascensore era occupato, mentre dalla porta dei vicini qualcuno stava per uscire. B. sentì sbattere una porta anche al terzo piano. Si trattava di una congiura contro di lui? Lì sotto c'erano i peggiori, quelli che ogni volta, da qualche anno, gli chiedevano addirittura il giorno della discussione della tesi di laurea e dove avrebbe fatto la festa. Non avendo scampo, invece di rientrare in casa, (ci avrebbe impiegato troppo tempo con le chiavi), scappò verso l'alto, al piano superiore.
Si buttò a terra sul pianerottolo, ansimando, e rimase coricato con la faccia al soffitto fino a quando non sentì aprire anche una delle due porte del quinto. Salì ancora. L'ascensore segnava sempre rosso. Già non ne poteva più. Lo spavento e quegli scatti improvvisi gli avevano fatto perdere il fiato. B. era un grande camminatore, abituato solo alla pianura. Salì ancora, affannato, per alcuni minuti. Anche se andava piano ed era poco lucido, si accorse che stava continuando a salire, quando in teoria il palazzo sarebbe dovuto finire da un pezzo.
L'ascensore ora era libero. Schiacciò il tasto ma la luce rossa non si accese. Salì ancora. Le porte sembravano tutte uguali, in legno scuro, mentre gli zerbini non c'erano più e nemmeno i vasi con le piante. Guardò i nomi dei campanelli e le targhette erano vuote.
Così decise di scendere: lo fece per alcuni minuti. Provò ad urlare. Bussò a tutte le porte, “Aiuto!”, mentre le grandi finestre con i vetri opachi nei metà-piani proprio non si aprivano. Svenì prima di poter ricavare una propria conclusione filosofica su se stesso, il genere umano, la vita, l'universo..

“E questo coglione dove cazzo lo hai trovato?”
B. aprì gli occhi e vide la faccia del piccoletto, quello che la ragazza chiamava il 'giapponese', ma a parlare non era stato lui.
“L'ho trovato addormentato qui davanti alla porta” sussurrò l'uomo.
“Dove sono?” chiese il ragazzo, che si trovava in un letto, con la testa appoggiata su un cuscino.
“Sei all'inferno caro mio bel ragazzo, all'inferno!”
Finalmente, girandosi da una parte vide una donna sulla sedia a rotelle, vestita in modo elegante, tutta di rosa, piena di collane di perle, braccialetti d'oro e altro; portava anche un paio di occhiali da vista con le lenti enormi leggermente scure. Il 'giapponese' era senza cappello ed era completamente pelato. Ora gli sembrava un giovane uomo, riusciva quasi a dargli un'età approssimativa, trentacinque anni, non di più. La donna ne aveva almeno dieci di più. Era una bella signora, bionda e nella stanza, piccola e poco illuminata per via delle tende chiuse, si sentiva solo il suo forte profumo all'arancio.
“Io la conosco, lei è la Signora T., la padrona di casa e di questo palazzo!”
“Signorina, prego! E poi tu chi sei, l'investigatore Marlowe?”
“Magari... sono solo lo studente di Medicina che abita al quarto piano!”
 “Allora mi dia il libretto universitario, subito!”
“Come?”
“Questa era una battuta. Quarto piano di cosa, di quale palazzo? Io ne ho almeno cinquanta. Che sta dicendo? Cosa vuole, chi cazzo è questo qua, Johnny?”
“Non lo so, deve essere quel ragazzo del quarto piano, di questo palazzo.”
“Pagano sempre l'affitto? Con puntualità?”
“Sempre, sono tra i migliori. Lui deve essere il figlio, uno che vedo passeggiare sempre solo. Non so altro.”
“Beh allora rimettilo in ascensore! Saprà premere un tasto o no?”
B. era confuso, fissava la Signorina.
“Che cazzo hai da guardarmi! Vuoi che ti portiamo giù in braccio?”
Il piccoletto Johnny non sorrise. Sembrava una maschera, sempre impassibile.
“Cosa... cosa...?”, disse B.
“Cosa... cosa... ti sembro Parmenide? Non capisci quello che dico! E' così complesso? Mio Dio, ma questo è proprio rincoglionito! Portalo sopra e fagli fare un caffè da Teresa o Maria, che io devo andare all'ottavo per la mia proiezione!”
Il ragazzo si alzò dal letto.
“Aspetti Signorina! Quale proiezione?”
“Ti spiego tutto subito perché sono una persona che ama la chiarezza e l'essenzialità: questa non è una casa, ma un luogo dove ci si diverte sempre, perché noi amiamo la bellezza. Sai che cos'è la bellezza, ragazzo?”
“Si... per me la bellezza è il cinematografo! Solo quando mi chiudo in una sala buia, solo quando si accende un proiettore che su un telo bianco lo infiamma con le immagini di un film, anche un brutto film, per me è bellezza. Io mi sento libero, io mi sento vero solo in quei momenti. Per me tutto il resto è finzione!”
La donna si accese una sigaretta e fece una breve pausa. Poi disse:
“Benvenuto all'inferno, amico mio! Fai vedere la casa a questo giovane. Per la proiezione del film di Billy Wilder attenderò in sala: trenta minuti massimo! Fai una cosa veloce, per i dettagli ci sarà tempo. Stasera c'è anche la festa!”

lunedì 12 marzo 2012

IL RACCONTO DI LISA LA BAMBOLA (Edito nel 2011)

Una sera d'inverno, nella sua piccola fredda mansarda, in un quartiere periferico della città, Effe, trentaquattrenne impiegato in una segreteria universitaria, aveva improvvisamente capito che un lontano desiderio forse si sarebbe macabramente realizzato. Un sito internet di una nota multinazionale giapponese regalava sogni erotici, costruendo bambole gonfiabili di lattice, uomini, donne, androgini, con una tale precisione da sembrare veri esseri umani. Ma la cosa che fece quasi svenire Effe era l'opzione detta The doll of your life. L'azienda era in grado di ricostruire una bambola identica alla persona richiesta: peso, viso, occhi, seno, dita, culo, capelli, bocca e altri dettagli, anche minimi, tutto uguale.
Traducendo il senso del loro slogan: se rivolevi indietro tua moglie nel fiore della giovinezza, se eri il tipo fissato con donne simili a Pamela Anderson o Marylin Monroe, se desideravi la tua ex compagna di banco della scuola superiore, la casa di produzione di bambole reali, la ***, nel giro di un anno, per venticinque mila dollari, ti avrebbe portato, a casa tua, la felicità, la persona che avevi da sempre sognato (potevano mandarti anche noti leader politici, personaggi storici..)
Solo l'abbigliamento era un problema che il cliente avrebbe dovuto risolvere da sé, ma questo era il meno.
Effe si accese una sigaretta, di quelle sottili, ma non era un gran fumatore, anzi, solitamente le teneva per gli amici o per qualche fidanzata, o magari se ne fumava una o due, ogni tanto, dopo un buon caffè. Nella casa risuonava musica jazz. Effe pensò alla questione finanziaria: poteva ritirare i soldi dalla banca, quelli che aveva ricevuto da una eredità, e che, secondo i consigli della sua famiglia, mai e poi mai avrebbe dovuto spendere se non per un giusta causa, come per esempio quella di comprarsi una buona automobile.
Invece, dopo poche settimane, aveva già preparato tutto il materiale fotografico sulla ragazza che voleva far rivivere a tutti i costi: si chiamava Lisa ed era stato il suo più grande amore, anche se ne aveva parlato con poche persone e mai in modo serio. I due si erano conosciuti al liceo quando Effe frequentava l'ultimo anno, mentre lei, due anni più giovane, il terzo. Durante una partita di pallavolo lui le schiacciò una violenta pallonata sul viso e lei finì in infermeria. Il giorno seguente, per farsi perdonare, Effe le regalò tre rose rosse davanti a tutta la classe. Dopo qualche settimana si misero insieme, ma si vedevano solo di domenica, nella spaziosa casa di lei, oppure andavano nei cinema d'essai. Abitavano pure nello stesso quartiere e avevano molti amici in comune. In quel periodo Effe era straripante di felicità, la notte faticava ad addormentarsi, non aveva mai conosciuto una ragazza così piena di interessi. Ed era pure bellissima. Aveva i capelli rossicci, un po' ricci; quegli occhi azzurri, quando lo fissavano, mettevano a disagio proprio lui che pareva sempre distaccato da tutto e così sicuro di sé. Per la prima volta si era innamorato, ma un bel giorno quegli occhi non li vide più. Trascorso l'autunno, passato l'inverno, lei si innamorò di un altro ragazzo della scuola. Effe soffrì, in silenzio. Qualche volta era capitato che si rifugiasse nel bagno della scuola per piangere. Smise anche di giocare nella squadra mista di pallavolo a causa di un problema alla caviglia, o almeno così raccontò agli amici. Ma in realtà non voleva più incontrarla.
La passione per il cinema, che con lei aveva condiviso, scomparve presto. Dopo la maturità si iscrisse a Giurisprudenza, in un'altra città. Conquistata a fatica la laurea, a trent'anni, ritornò nella sua città, trovando subito lavoro, e così andò a vivere nella mansarda di famiglia, in beata solitudine.
Il ventidue maggio del 2005 c'era molto vento. Effe guardava attraverso il vetro della sua finestra le tende verdi di alcuni balconi del palazzo di fronte muoversi violentemente. All'improvviso suonò il campanello: era il corriere che gli avrebbe portato la sua bambola perfetta.
Un signore con la barba gli consegnò vari scatoloni con dentro i pezzi del corpo da montare. Effe non aveva il coraggio di guardare l'uomo negli occhi, firmò e chiuse la porta.
In quei mesi di attesa aveva comprato molti dei vestiti che lei portava nel periodo in cui la frequentava, scarpe Doctor Martens blu, jeans larghi, maglie di cotone colorate, la bombetta alla Charlot che ogni tanto metteva. Acquistò persino il suo deodorante preferito. Se non erano proprio gli stessi vestiti, dovevano comunque essere molto simili a quelli che lui ricordava.
Montò la bambola in un paio di ore, seguendo le istruzioni in lingua inglese e la vestì, cercando di non guardare il suo viso e soprattutto quegli occhi azzurri, incantevoli. Durante il loro breve adolescenziale rapporto, non si erano mai spogliati, non avevano mai fatto l'amore; fu una storia fatta di interminabili baci e carezze. (Per l'occasione aveva comprato della biancheria intima, un po' a caso).
Finito il lavoro, Effe si mise a piangere (non gli capitava da anni, non era un tipo dalle lacrime facili), perché sembrava proprio lei, la ragazza di sedici anni di nome Lisa.
Alcuni anni dopo il liceo, la vera Lisa l'aveva vista solo due volte, da lontano, e gli era parsa sempre molto affascinante; era anche capitato che un amico comune gli avesse fatti mettere in contatto tramite posta elettronica, qualche anno prima, quando Effe viveva ancora Roma ed era in difficoltà con gli ultimi due esami, e così lui le rispose un po' frettolosamente. Lei aveva studiato Lettere classiche; sembrava la stessa persona di un tempo, presa dai soliti interessi, per il cinema d'autore, il teatro, la politica, la cucina indiana, la fissa per i viaggi e l'amata Berlino. In una e-mail, lei gli chiese anche scusa per averlo lasciato così, da un giorno all'altro, giustificandosi però che al tempo era ancora una ragazza immatura. Non aggiunse altro.
Ma ad Effe non importava più quella Lisa, ma l'altra, quella vera, dei suoi ricordi e che in quel momento aveva di nuovo di fronte, seduta sul divano, con le gambe accavallate.
Pesava una cinquantina di chili o più; sollevarla e metterla lì, in posa, per lui era stata una ulteriore fatica. I capelli ricci nascondevano entrambe le guance bianche. Gli occhi azzurri fissavano il tappeto. Effe la guardò dal basso, buttato in terra, sul tappeto: erano proprio quegli occhi a fissarlo, quelli della ragazza che non aveva mai smesso di amare, anche quando aveva avuto altre donne.
Smise di piangere e le accarezzò le braccia, coperte da una maglia piena di colori. Poi le toccò le mani e i polpastrelli, che sembravano veri e soprattutto gli stessi che ricordava: i giapponesi avevano fatto un grande lavoro, ma anche lui non era stato da meno nel reperire tutto il materiale possibile per creare l'opera. Lisa al tempo si mangiava le unghie, aveva proprio delle dita orrende e le mani un po' mascoline.
Effe uscì di casa per andare in un Caffè storico del centro per bere del buon vino, insieme a due suoi colleghi e amici di dieci anni più vecchi, due uomini molto robusti che sembravano gemelli, amanti del calcio e delle scommesse sportive, fissati con la musica di Miles Davis. Anche Effe aveva questi interessi (però non scommetteva mai), e le partite di calcio le vedeva in TV, nei pub, insieme ad altra gente, tanto per stare in compagnia, ma non era un vero tifoso. Mentre la musica l'ascoltava solo in casa, continuamente, comprava i cd, non solo quelli di Miles Davis, ma tutto ciò che riguardasse la storia jazz; li ascoltava nel pomeriggio, dopo il lavoro e la sera prima di addormentarsi, sempre a basso volume.
Con questi due amici si incontrava il venerdì o il sabato e per un paio d'ore se ne stavano seduti a chiacchierare e a guardare attraverso le vetrate scure le persone che passavano davanti a questo locale: coppie di anziani, giovani, donne con il passeggino, qualche turista che scattava foto, mendicanti e zingari che chiedevano soldi.
Effe tacque sul fatto della bambola, né aveva mai accennato ai due quel suo amore adolescenziale. Come sempre raccolse dentro di sé le immagini più strambe e forse le più belle, per lasciare spazio alle apparenze, per gli altri: era un uomo qualunque, con interessi comuni, forse un po' limitati. Un uomo fisicamente ben messo, alto un metro e novanta, con i capelli lunghi, scuri, la pelle liscia; un po' riservato, ma che non lesinava la battuta, il sorriso, e che aveva avuto sempre tante donne, alcune molto intelligenti e belle.
Amava anche le giacche e le cravatte firmate, e a causa di queste costose fisse, viveva in una semplice mansarda, rinunciando a qualche viaggio o ad una casa migliore, pur di vestire come voleva: i soldi gli bastavano per questo e per le cene, il vino pregiato, la collezione di CD.
Il resto del denaro gli serviva per pagare le spese di quel piccolo rifugio, un paradiso a poco prezzo, tutto suo. Ma ora, forse, non era più il solo a viverci.
Sapeva di aver fatto una cosa molto strana con questa storia della bambola, e che, a casa sua, qualcosa di indecifrabile, una ragazzina di lattice che sembrava un essere vivente (le mancava solo il respiro), lo avrebbe aspettato.

A mezzanotte, quando rientrò nel suo appartamento, lasciò la luce spenta e si mise sul divano, al suo fianco e cominciò a baciarla. Anche le labbra parevano vere come quelle di una ragazzina, proprio di quella ragazzina. Ancora una volta pensò ai giapponesi, popolo di geni! Il vino gli aveva dato coraggio. Solo nei primi momenti pensò di vivere dentro un ricordo o un sogno, ma questo passò quasi subito, perché ora lui era lì per davvero, al buio, con una bambola che lentamente stava spogliando. Scoprì i suoi seni duri, pesanti, e che tali dovevano essere al tempo. Li baciò. Poi anche Effe si spogliò completamente, la penetrò e fece l'amore con la bambola, anche lei tutta nuda. Dormì abbracciato alla ragazza di lattice fino a tarda mattinata.
Al risveglio le accarezzò i capelli, ma non riusciva a guardarla negli occhi se non per pochi secondi. Effe era felice, forse il momento più intenso della sua vita, e anche se sapeva che era una bambola silenziosa, passò tutto il giorno a fare l'amore con lei.
Era come se avesse ripreso un rapporto interrotto: anche lui si sentiva un ragazzino, quel ragazzino di diciotto anni, e il tempo si era fermato per sempre. I ricordi erano scomparsi, c'era solo l'attimo da condividere.
L'espressione del volto di Lisa era stata ricostruita in base ad una fotografia che Effe aveva scattato e scelto con cura, tra le poche a sua disposizione (due o tre le aveva perdute o stracciate), di lei che guardava le grandi onde del mare di Levanto. Avevano passato insieme una sola domenica fuori dalla città, ed erano andati in Liguria con il treno. L'immagine era stata rubata, perché lei non amava essere nè ripresa né fotografata. Aveva una espressione rilassata, un po' misteriosa e forse distaccata, ma nel complesso sembrava felice.
Secondo Effe era quello il volto che la bambola avrebbe dovuto avere in eterno. Lisa, in realtà, era una che rideva molto e che amava fare gli scherzi, e sicuramente era rimasta così anche a trent'anni. Ma ad Effe non passò neanche per la testa di invitarla a cena e presentarla a se stessa, sedicenne. E nemmeno aveva intenzione di raccontarlo in giro! Cose da pazzi! L'avrebbero pure licenziato da quel lavoro burocratico e noioso di segreteria (che comunque gli permetteva, nel suo piccolo, di vivere come voleva).
Questo era il suo segreto: doveva essere un amore al di fuori di tutto.
Nei giorni seguenti la sfiorò soltanto, dandole qualche bacio e carezza. La sistemò in una minuscola stanza, tenendola con i vestiti (in mezze maniche visto che si avvicinava l'estate), in un luogo che serviva da ripostiglio per mobili rovinati, alcune sedie, vecchi libri e altro. Preparò un letto da una parte e i libri, uno sopra l'altro, contro l'altra parete, soprattutto libri di filosofia, saggi su registi e attori come Woody Allen, raccolte di poesie e romanzi, compresi i libri di Pavese, quelli degli scrittori della 'Beat Generation' e l'amato Pasolini. Lisa leggeva moltissimo ed Effe li aveva comprati a decine e decine proprio in quegli anni e un po' li aveva letti anche lui, per poi dimenticarli quasi del tutto.
La stanza aveva un lucernario, e la notte, a luci spente, guardava con lei il cielo stellato.
Il sabato pomeriggio aveva cominciato a leggerle ad alta voce poesie, brani di romanzi, ma anche alcune cosette comiche che lui stesso aveva scritto da adolescente, e che mai aveva avuto il coraggio di recitare a qualcuno.
Oramai quella era diventata la stanza di Lisa, e quando Effe usciva, la chiudeva sempre dentro, ma anche quando lui cucinava, parlava al telefono o stava al computer o in bagno, la bambola doveva rimanere fuori dal suo quotidiano. Era una forma di rispetto reciproco, pensò Effe: in fondo anche lei aveva bisogno di stare un po' per conto proprio.
E così passò l'estate, nella rovente mansarda. Lui andava nella stanzetta per qualche ora al giorno, oppure di notte e facevano l'amore, se capitava. Effe stava anche diventando un lettore accanito e di fatto comprò altri libri, per lei e per sé stesso. Una sera le scrisse anche una poesia d'amore un po' ispirata a quelle di Pablo Neruda, e alla fine gli venne da commuoversi, tanto da bagnarle il viso con una lacrima.
In casa raramente invitava qualcuno (questa era una sua prerogativa, anche prima di questo evento), e la sua vita fuori, nel mondo, continuava ad essere la stessa; gli amici al Caffè storico, il calcio e anche due brevi storie con una donna sposata, conosciuta su internet e una ragazza di venticinque anni, una stagista compagna di lavoro.
Tuttavia, a partire dai primi giorni di ottobre, le cose cominciarono a cambiare. Lui smise gradualmente di leggere libri, di raccontarle storie. Sempre più spesso dormivano insieme, ma il sesso era diventato predominante nella vita della strana coppia. Lui cominciò a farle quello che mai avrebbe osato chiedere ad una donna. Dopo la teneva stretta tra le sue braccia, ascoltando musica jazz diffusa per la mansarda, ma pensava ad altro. La domenica pomeriggio, quando non andava a vedere una partita di calcio, Effe faceva gli esperimenti più assurdi: si scolava due bottiglie di vino solo per provare come e se sarebbe riuscito a venire anche da sbronzo.
E questo era il meno. Provò a praticare sesso in tutte posizioni, anche quelle impossibili da raccontare.
E così avvenne il primo incredibile fatto: Lisa aveva cambiato espressione del viso. Aveva perso quei lineamenti identici a quella foto di lei davanti al mare, un po' misteriosa ma felice; il volto era lentamente mutato in una espressione colma di tristezza. Effe si era accorto di questo, ma continuò a fare del sesso con lei, quasi tutti i giorni. Un altro particolare inquietante era che la bambola aveva perso calore, era diventata fredda come il ghiaccio. Ora Lisa sembrava distante, o meglio assente, come una bambola qualsiasi.
Durante gli ultimi giorni di febbraio, l'uomo fece un breve viaggio a Salisburgo insieme ai soliti due amici-colleghi. Al suo ritorno Lisa, la bambola, era scomparsa nel nulla.
Non è possibile, pensò, sicuramente era stata rubata, ma la serratura era a posto e solo i suoi famigliari avevano una copia delle sue chiavi. Nessuno però sarebbe entrato senza il suo permesso: la casa era sua. Lavorava, pagava le spese e poi chi poteva prendergli la bambola? Chi poteva sapere della sua esistenza? Praticamente non aveva vicini di pianerottolo; c'erano quelli al piano di sotto, le due tranquille famiglie del nono piano, genitori quarantenni o poco più, figli in età da primo asilo.
Quella settimana andò a cena dai suoi, un po' per indagare, ma nessuno gli disse nulla. Allora pensò al corriere, l'uomo con la barba che gli aveva portato la bambola a pezzi, ancora da montare, ma dopo una breve ricerca scoprì che era morto in un incidente in motocicletta due mesi dopo il periodo della consegna.
Gli venne un dubbio: e se fosse stato tutto un sogno durato alcuni mesi? Ma questo era impossibile, poiché c'erano ancora gli scatoloni vuoti, i contratti della multinazionale giapponese ***, e anche due parrucche, una bionda e una nera, in omaggio, rimaste dentro uno scatolone e che Effe mai aveva usato, perché la sua Lisa la voleva così come se la ricordava, (diciamo senza ulteriore artificio).
Durante alcune notti faticò a dormire, gli venivano i brividi e quando sentiva un rumore metteva la testa sotto il cuscino.
Era assicurato, poteva farsene mandare un'altra entro qualche mese, ma non pensò mai a questa possibilità.
Prima delle vacanze estive, forse per dimenticare il tutto, andò a cena insieme ad una nuova collega, una giovane donna salentina che ad Effe neanche piaceva.
Accompagnandola sotto casa, però, lui si autoinvitò a salire, ma lei rifiutò, con gentilezza. Uscirono insieme anche tra settembre e dicembre, e alla fine, dopo sei o sette cene, lei acconsentì a farlo salire. Dopo un anno si sposarono e andarono a vivere nel centro storico a due passi dal suo amato Caffè, dove continuava ad andare con i due soliti amici, anche se con meno frequenza, perché nel frattempo era diventato padre di Irene.
Alla storia di Lisa, la bambola, non ci pensava più.
Una sera d'autunno, però, il suo telefono cellulare cominciò a ricevere chiamate senza numero; Effe rispondeva, ma dall'altra parte niente, solo silenzio. Lo stesso avveniva con il telefono di casa. Il fatto continuò per un mese, quasi tutti i giorni e a qualsiasi ora, anche durante la notte.
Una mattina del cinque dicembre la città era completamente innevata. Effe, mentre camminava verso il suo ufficio, ricevette una chiamata, ancora una volta anonima: tuttavia, in quel momento, era talmente preso dallo spettacolo della neve che cadeva sulle auto e sui pullman bloccati per le strade della città, che rispose senza pensarci. Questa volta udì qualcosa di insolito, il suono delle onde del mare infrangersi sulla sabbia e immediatamente pensò alla bambola scomparsa, a Lisa e al ricordo di quell'unico viaggio fatto a Levanto con lei, quando erano ancora adolescenti.
Non andò a lavoro, non avvertì nessuno, perché era già salito su un treno diretto per quel paese. Non fece nemmeno il biglietto e prese una multa. Dopo quattro ore si ritrovò in quel luogo soleggiato, ma con un vento gelido e gli schizzi delle onde del mare, a centinaia di metri, che gli sfioravano il viso.
Passò per il centro deserto. Giunse immediatamente sul lungomare. Cercò di ricordarsi il punto preciso della spiaggia dove si erano fermati al tempo e dove aveva scattato quella foto.
Superò la prima spiaggia, divisa da un torrente e giunse nella seconda spiaggia, prima del piccolo golfo, e lì, proprio lì, vide, una ragazza con i capelli ricci mossi dal vento, il cappottino nero, in piedi, con le mani in tasca, che fissava il mare. Ora Effe non aveva più dubbi: era lei, Lisa, la bambola o la ragazza dei suoi ricordi. Rimase a guardarla un poco. Poi andò verso di lei, che intanto, senza voltarsi, forse, gli fece un sorriso.

sabato 9 luglio 2011